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28 giugno 2007

Razionalità neccessaria

La ragione è necessaria. Per vivere.

09 settembre 2006

La divisione del mar Rosso

La divisione del mar Rosso

Una delle innumerevoli affermazioni fantasiose della fede

al vaglio dell’analisi razionale

Il documento che segue potrebbe contenere l’avventura del Mosé condottiero. E’ invero una storia affascinante, ricca di colpi di scena ed effetti speciali. Eppure, questi ghiotti particolari saranno ridotti all’osso perché si vuole invece esplorare la veridicità dell’evento centrale: quell’eclatante miracolo sulla natura che fu (sarebbe stata) la divisione delle acque.

La storia è nota ed è scritta nel Pentateuco, e in particolare nel libro chiamato apposta Esodo. Probabilmente, i fatti dell’Esodo si svolsero nel XIII secolo a.C. ma, trattandosi di pura leggenda credente, rifugge da ogni base storiografica.

Ordunque, Mosé, figura mitologica più che condottiero e legislatore, come viene definito dagli agiografi, portantino delle Tavole dei 10 Comandamenti, guidò, su mandato di Dio, il popolo ebraico dall’Egitto, in cui pare fosse schiavo, fino nella cosiddetta <<>>, o Canaan, l’odierna Israele (che storicamente esiste dal 1000 a.C.).

Il tragitto, completo di 40 anni di inutile vagare nel deserto, ad un certo punto si trovò di fronte il mar Rosso che divide l’Egitto e il Mediterraneo dall’odierno “vicino Oriente” e l’oceano Indiano. E qui si verificò l’oggetto del nostro studio: l’apertura miracolosa delle acque che prima permisero il passaggio del popolo eletto, e poi si richiusero sugli egiziani inseguitori. La cosa ha un indubbio sapore sadico e splatter, che però ben si addice sia al dio furioso e vendicativo del Vecchio Testamento, sia ai tanti primitivi scribacchini che vergarono le novelle bibliche.

Un po’ di necessaria fisica

Per analizzare con taglio razionale l’evento biblico della divisione delle acque del mar Rosso, procederemo a isolare, a decontestualizzare nettamente questa scena da tutto il resto, cercando di spiegarla di per sé. E siccome che l’evento è squisitamente fisico, prima ancora che miracoloso, dobbiamo innanzitutto inoltrarci un po’ nelle leggi fisiche che possano aiutarci a capire come e se è possibile che un’imponente massa d’acqua di quel genere possa spostarsi fino a scoprire il fondale, a prescindere dal perché lo abbia fatto e per volontà di chi.

All’uopo, ci sarà utile considerare alcuni concetti di fisica applicata: lavoro, potenza ed energia.

Il lavoro è l’equivalente del concetto di fatica, e si può misurare. Il calcolo è semplice: si deve moltiplicare la forza per lo spostamento (in formula L = F*s). Esempio: se si solleva un peso di 100 chili fino all’altezza di 1 metro, il lavoro sarà di100x1 = 100 kgm (chilogrammetri).

La formula è valida solo se il lavoro ha la stessa direzione della forza, altrimenti il calcolo è differente; ma per i nostri scopi è sufficiente fermarci qui.

Per compiere un lavoro ci vuole del tempo: spostare 100 chili di 1 metro richiede un certo tempo. Che possiamo esprimere in secondi (la 3.600 esima parte di un’ora). Quando facciamo riferimento al tempo in cui è stato compiuto un lavoro, parleremo di potenza. Anche questo calcolo è semplice, giacché bisogna dividere il lavoro per i secondi necessari a svolgerlo. Nell’esempio di prima, se avessimo impiegato 4 secondi a spostare 100 chilogrammi di 1 metro, la potenza sarebbe stata di: (100 * 1) : 4 = 25 kgm/s (chilogrammetri al secondo). La formula è: P = L/t in cui il lavoro L è espresso in chilogrammetri e il tempo t è espresso in secondi. Se siamo abituati a esprimere la potenza in “cavalli” (Cv), basterà dividere tutto per 75. Nel nostro esempio, diventa 25 : 75 = 0,33 Cv.

Terzo concetto basilare, l’energia. Immaginiamo un’enorme massa d’acqua chiusa da una diga che si trovi 100 metri in alto su una vallata. Quell’acqua contiene in sé la possibilità di compiere un lavoro, tant’è vero che se si aprisse la diga l’acqua rovinerebbe potentemente giù nella vallata. Tale possibilità di compiere un lavoro è detta giustappunto energia. Che, finché l’acqua è ferma nel bacino, è solo potenziale. Per misurare l’energia, si fa la solita moltiplicazione forza * spostamento. Solo che adesso dobbiamo considerare forza il peso di tutta l’acqua e spostamento il dislivello (che è di 100 metri) fra il bacino e la vallata.

E’ ovvio che l’energia sarà tanto maggiore quanto maggiore sarà l’altezza da cui precipita l’acqua. Quando precipita, l’acqua è in movimento e la sua energia non è più potenziale ma cinetica. Quindi, quando qualcosa si muove, l’energia sarà legata al peso ma pure alla velocità. Man mano che precipita, l’acqua perderà energia potenziale e acquisterà energia cinetica, fino a essere tutta energia cinetica nel momento dell’impatto con la vallata.

L’energia cinetica (indicata con la lettera k) di una massa in movimento si calcola con la formula: k = (m*v^2):2 dove m è la massa (il peso) espressa in chilogrammi e v è la velocità con la quale essa si muove. La v è elevata al quadrato. Nel caso dell’acqua, e dei liquidi in genere, la velocità si esprime in l/s, litri al secondo.

Il metodo del bastone

Per misurare o, meglio, stimare l’altezza di ognuna delle due pareti d’acqua, supposte simmetriche, create dal comando di Mosé, ci sono vari metodi. Scegliamo quello “del bastone”, che dovrebbe essere stato alla portata delle conoscenze di quell’epoca. Si fa così: ci si allontana di 18 metri dalla parete d’acqua che si deve misurare e si pianta un bastone a terra. Poi si arretra di altri 2 metri e, faccia a terra, si traguarda la sommità della parete d’acqua attraverso il bastone segnando su di esso dov’è che la linea di mira taglia il bastone. Da questo segno sul bastone e il terreno ci sarà una distanza h. Basterà moltiplicare tale h per 10 per ottenere all’incirca l’altezza della parete d’acqua. Il motivo della moltiplicazione per 10 è semplice: la base del triangolo minore ABE è 2, mentre quella del triangolo maggiore ACD è 20 (18+2), esattamente 10 volte tanto.

Numeri e ingombro del popolo di Mosé

Quanti erano gli ebrei condotti da Mosé? Si parla (per esempio nell’analisi storica su:www.giovannidesio.it) di un popolo numeroso che riempie tutta la regione; tuttavia non bisogna dare a questi due termini un’accezione precisa giacché il racconto allude a non più di qualche migliaio di persone. Traduciamo, solo per necessità di analisi, quel “qualche” in un numero verosimile: 5 mila persone.

Quanto spazio occupano 5.000 persone? Bisogna considerare che si tratta di gente in qualche modo incolonnata e affardellata da masserizie, animali al seguito e mezzi di trasporto i più vari. Cosicché, possiamo partire dal canonico spazio di 1 metro quadrato occupato da ogni persona per arrivare a 5.000 metri quadrati; ma poi bisogna stimare l’effettivo suolo occupato. Se vogliamo risalire al numero delle famiglie, possiamo divide quel 5.000 per un ipotetico numero di componenti, poniamo sempre per facilità di calcolo il numero 5, quindi otteniamo 1.000 famiglie; questo ci serve per ipotizzare il numero, quindi l’ingombro, di masserizie, mezzi di trasporto e animali al seguito. Ogni famiglia potrebbe aver avuto un carretto (che equivale minimo ad altri 4 metri quadrati) e un tot di animali per complessivi, diciamo, altri 6 metri quadrati di ingombro. Cosicché arriviamo a 10*1.000 = 10.000 metri quadrati da aggiungere ai 5.000, per un totale di 15.000 metri quadrati (15 chilometri) di ingombro totale.

Non è dato sapere l’esatta “forma” della colonna, se non che, come tutte le colonne che si muovono, poteva essere disposta solo in senso longitudinale e quindi essere di forma vagamente rettangolare; resta da stimare, all’interno dei 15.000 metri quadrati complessivi ipotizzati, quanto era lungo il lato minimo del rettangolo e quindi quanto quello massimo.

I fattori che, moltiplicati, danno 15.000 sono molto numerosi. Ma la logica ci aiuta a eliminarne gran parte; tanto per dire, elimineremo una fila indiana lunga 15 chilometri…e sceglieremo le ipotesi meno improbabili, ricordando sempre che noi stiamo “camminando” non su un roccioso fondale come gli ebrei ma su un vetro sottilissimo e molto precario.

Per farla breve, possiamo limitarci a guardare il lato minore di quel rettangolo di persone in marcia, perché questo è il più interessato alla larghezza del fondale lasciato all’asciutto dall’apertura delle acque.

Da questa prospettiva, l’intervallo di misure possibili potrebbe andare dai 10 metri (per una lunghezza della colonna pari a 1 chilometro e mezzo) ai 40 metri (lunghezza = 375 metri).

Giacché è auspicabile che Dio avesse preconizzato una traversata agevole senza che i suoi eletti strusciassero prosaicamente contro le pareti d’acqua, nonché è possibile che qualcuno di essi abbia voluto calcolare l’altezza della massa d’acqua col metodo del bastone, il “bacino” asciutto sul quale transumavano non poteva essere meno largo dei 20 metri necessari sia alla comodità che alla misurazione. Quindi, equilibrandoci fra scienza e fantascienza, possiamo ipotizzare che se il lato minore della colonna poteva essere di 30 metri (quindi, il lato lungo era 500 metri), il bacino che lo poteva agevolmente contenere doveva essere sui 40 metri di larghezza.

Riassumiamo. Abbiamo uno spacco “miracoloso” in mezzo al mar Rosso di 40 metri di larghezza e una colonna di uomini e masserizie larga 30 metri e lunga 500 che si muove al suo centro.

Quanto sono alte le pareti di acqua ?

Manca la percorrenza, la distanza costa-costa, la lunghezza dello spacco e quindi della traversata.

Il mar Rosso si allunga in verticale per 2.250 chilometri, e ha varie larghezze: dai 27 km dello stretto di Bab al Mandab ai 350 km della costa eritrea. Leggendo l’Esodo, si deduce che quando i soldati egiziani raggiunsero i fuggitivi, quindi prima del passaggio del Mar Rosso, gli ebrei si trovavano bloccati fra mare e montagne, avendo Baal Sefon a sud e Migdol a nord.

Facciamo gli ottimisti e affermiamo che da quel punto costiero al punto costiero opposto la distanza da attraversare sia equivalente a quella minima, che arrotondiamo a 30 chilometri per praticità.

L’altra questione riguarda la profondità del mare.

Non sappiamo come tale profondità varia procedendo dalla costa egiziana fino alla costa opposta. Tuttavia conosciamo la profondità minima (95 metri, Suez) e quella massima (1.800 metri, golfo di Aquaba), che è pur sempre un’informazione da spendere. Verificando la compatibilità col “metodo del bastone” potremo arrivare a una misura verosimile.

Un comune bastone deve avere una lunghezza proporzionata alle persone e agl’usi. E’ dunque ragionevole pensare quello usato dagli ebrei di una lunghezza massima di 2 metri, che è anche un requisito di semplicità dei calcoli.

Ovviamente, anche in questa fase si procede quasi alla cieca; del resto, i raccolti biblici non sono certo famosi per l’esattezza… Se ipotizziamo che la linea di mira taglia il bastone alla fine della sua lunghezza, quindi a 200 centimetri da terra, possiamo agevolmente ricavarci l’altezza della parete d’acqua moltiplicando 200*10 = 2.000 centimetri. Vale a dire 20 metri. In realtà questa misura non tiene conto dell’ “effetto tzunami” dovuto all’azione meccanica dell’intervento divino: immaginiamo di avere una bacinella d’acqua, di mettere le mani al centro e poi di aprirle spingendo con forza l’acqua da una parte e dall’altra. Le due onde provocate sono sensibilmente più alte della precedente profondità dell’acqua, il quanto dipende dalla velocità impressa al movimento. Tuttavia, possiamo soprassedere anche a questa complicazione: lo scopo dello studio non è la scoperta della verità ma la dimensione della bugia.

Purtroppo, essendo 20 una misura esterna all’intervallo conosciuto 95-1.800, per noi risulta non compatibile. Per esserlo, quel bastone dovrebbe essere lungo minimo 9 metri e mezzo, in che è decisamente improbabile. Tuttavia, ci teniamo lo stesso quel 20 metri, e addebitiamo l’incompatibilità alla sfilza di altri ben più macroscopici svarioni presenti nel libro ispirato da Dio.

Quanto pesa l’acqua spostata ?

Il successivo problema da risolvere è il peso dell’acqua spostata magicamente. Dalla fisica elementare sappiamo che 1 litro di acqua distillata occupa un volume di 1 decimetro cubo e pesa 1 chilogrammo. Acqua distillata… Purtroppo il mar Rosso è anche uno dei mari più caldi e salati del mondo. I venti secchi provenienti dalle aree desertiche favoriscono una forte evaporazione, con conseguente aumento della salinità. In superficie si raggiungono le 40 parti per mille mentre la salinità media delle acque è in genere di 35 parti per mille. Ciò per noi significa che 1 decimetro cubo di acqua del mar Rosso non pesa 1 chilogrammo ma di più. Quanto non importa, vorrà dire che, per compensare la difformità, possiamo arrotondare per eccesso i risultati dei calcoli finali.

I dati a disposizione dicono che abbiamo due pareti d’acqua alte ciascuna 20 metri e lunghe 30 chilometri. Bisogna tener conto che cosa intendiamo per “peso dell’acqua”. Abbiamo detto che il mar Rosso è lungo 2.250 chilometri. Lo spartiacque divino sarebbe stato creato all’incirca nel decimo superiore (cioè a 225 chilometri dal Mediterraneo) della sua lunghezza. Ciò implica che il peso della parete d’acqua destra (quella che sposta acqua a sud fin dopo le coste dello Yemen) dovrà essere nove volte il peso di quella di sinistra, che si “limita” a trasferire lo tzunami mosaico nel vicino Mediterraneo scavalcando Suez.

Nel calcolo consideriamo il mar Rosso come se avesse un bacino rettangolare di misura 30 chilometri per 2.250 chilometri: se tenessimo conto della vera frastagliatissima forma delle sue coste, i calcoli sarebbero più precisi ma molto più complessi; oltretutto, la miglior precisione non migliorerebbe il succo della faccenda.

Dunque, abbiamo la massa d’acqua sinistra, quella più piccola, che equivale a 225.000*30.000*20 = 135 miliardi di chilometri cubici. La massa d’acqua a sinistra, essendo 9 volte tanto, sarà 135.000.000.000*9 = 1.215 miliardi di chilometri cubici. Totale: 1.350 miliardi di chilometri cubici.

Per calcolarne il peso in kg, dobbiamo ridurre tutto in decimetri cubici: risultano 12.150 milioni di miliardi di decimetri cubici, quindi di chilogrammi. Volendoli ripartire: 1.350 milioni di miliardi di chili per la parte sinistra (chiamiamo questa cifra “peso della parte sinistra” pps), e 10.800 milioni di miliardi di chili per la parte di destra (chiamiamo questa cifra “peso della parte destra” ppd); chilo più chilo meno…

“Potenza” di Dio !

Per rispondere all’ultimo quesito, ripeschiamo i concetti di fisica precedenti. Abbiamo detto che il lavoro (la fatica) si calcola moltiplicando la forza (il peso) per lo spostamento espresso in metri. Di quanto Dio ha spostato le masse di acqua? E quanto tempo c’è voluto?

Abbiamo già stimato in 40 metri di larghezza il “corridoio” creato. Quindi le acque sono state spostate di 20 metri per ciascun versante.

Dividiamo il lavoro per ciascun versante.

A sinistra, il lavoro è pari a pps*20 = 27 milioni di miliardi di chilogrammetri.

A destra: ppd*20 = 216 milioni di miliardi di chilogrammetri.

Totale: 243 milioni di miliardi di chilogrammetri.

Del tempo occorso abbiamo, per fortuna, una certa idea. Il libro dell’Esodo, infatti, al versetto 21 dice “… il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d'oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero”. Dacché dobbiamo assumere che l’impegnativa manovra dovette durare “tutta la notte”, cioè mediamente 8 ore.

Abbiamo già detto che dividere il lavoro per i secondi necessari a svolgerlo significa ottenere la potenza necessaria a svolgere quel lavoro.

Procediamo. 8 ore significano 3.600*8 = 28.800 secondi.

P = L/t, quindi Potenza = 243 milioni di miliardi diviso 28.800 = 7.500 miliardi di kgm/s, che, dividendo per 75, possiamo equivalere a 100 miliardi di Cv.

Tanto per avere un’idea reale della cifra, il motore della Ferrari 612 Scaglietti ha una potenza di 540 Cv. Per cui la mano di Dio quella notte espresse una potenza superiore a quella di 185 milioni di Ferrari.

A Napoli, a questo punto, si esclamerebbe con una qualche ragione “Grandezz ‘e ddije !”.


24 agosto 2006

n Argomenti sull'impossibilità di un dio creatore (DC)

1. Quale sarebbe la funzione di un DC (dio creatore)? Secondo la logica razionale da lui stesso creata (da cui quindi sarebbe illogico o impossibile per lui sottrarsi) un DC dovrebbe accudire massimamente alle proprie creazioni. Perché allora le lascia in balìa di un caso capriccioso e di un libero arbitrio (LA) tutt'altro che efficiente?

2. Il LA può essere quella specie di anarchia totalmente autonoma dal creatore che un DC avrebbe dato alle proprie creature, oppure potrebbe essere una libertà comunque sottoposta al suo cosiddetto "Grande disegno"? Ma se il LA è totale, come interagisce un supposto DC? Che concreta funzione ha, se potenzialmente tutti possono fare tutto ciò che vogliono? Se tale LA fosse davvero libero, perché il DC avrebbe voluto il complicato sistema "penale" post-mortem per coloro che non seguono le leggi divine (quindi non rinunciano al dono del LA)? Il LA è un dono o no? E come dono, si deve accettare o si può rifiutare? Nell'altro caso di un LA in qualche modo sottoposto al disegno divino, ovviamente non si può più parlare di LA. Anche perché, se il DC sa tutto già da prima, per tutte le cose non può esserci scelta, quindi neppure LA. Da ciò deriva l'interessante conseguenza che, se il DC concedesse davvero il LA, di darebbe la zappa sui piedi ammettendo di non poter prevedere il futuro. Quindi, non si scappa: o il LA è solo una truffa mentre in realtà tutte le cose seguono il corso predestinato e immutabile che il DC ha voluto e quindi conosce, oppure il LA non esiste e quindi si deve prendere atto che a questo DC manca per lo meno una dote divina, quella della preveggenza. Per i cattolici, è inammissibile un dio monco di qualcosa: l'hanno fatto così perfetto che ogni menomazione significherebbe ammettere che un dio così non è più un dio.

3. Perché il DC non è mai comparso alle proprie creature se non in modi e tempi rarissimi e del tutto impossibili da verificare? Forse è troppo altezzoso per scendere a certi livelli? Forse si nasconde apposta perché così gli piace? I casi di "apparizioni" propagandati dal cristianesimo sono casi in cui non compare mai "il boss" ma sempre e solo alcuni suoi supposti emissari, soprattutto madonne. Cosa c'è, una specie di accordo sindacale celeste per cui dio non può apparire e deve essere sempre rappresentato da qualche entità inferiore? O, come per gli ufo, dio teme che una sua apparizione ci potrebbe spaventare e magari indurci ad attaccarlo con armi atomiche come nei film giapponesi degli anni Sessanta?

4. Perché un dio che, per definizione, può fare benissimo tutto da solo, avrebbe bisogno di ministri umani (il clero) e addirittura di uno pseudo figlio (Gesù) per relazionarsi con le proprie creature? Dio forse è come un bambino (scemo) che vuole giocare coi propri giocattoli solo attraverso le mani e gli occhi di un altro bambino?... Un dio rispettabile e saggio avrebbe fatto le cose molto più semplicemente, per esempio vivendo fra le proprie creature e dando loro solamente salute e felicità: averle abbandonate alle sofferenze, alla solitudine e alla morte è viceversa degno di un dio feroce e sadico. E neppure la farsa del "peccato originale" basta a spiegarne l'eterna sete di vendetta contro tutto il genere umano! Le colpe dei (favolistici) progenitori dovrà cadere su tutti noi per sempre? Ma allora di chi è la responsabilità, se non del DC, per aver permesso il primo peccato, visto che sapeva già tutto prima?

5. Perché un dio così perfetto, buono e giusto, è anche così evidentemente permaloso? Si offende già solo se si pronuncia invano il suo nome, eppure rimane totalmente indifferente e inerte di fronte alle stragi colossali e continue di cui è responsabile la Natura, quindi lui stesso. Perché, invece che attaccarsi a innocue offese verbali, piuttosto non si ingegna a evitare sciagure e disastri? O anche la Natura ha questo "magnifico" dono del libero arbitrio?...

6. Perché dio avrebbe creato l'universo solo 15 miliardi di anni fa (dato scientifico)? Un essere eterno come un DC avrebbe dovuto/potuto cominciare a creare alla data "meno infinito" e magari continuare fino alla data "più infinito". Invece, nella "vita" del DC non succede niente per un'eternità, poi, improvvisamente, 15 miliardi di anni fa, il DC decide di creare tutto; ma appena creato il tutto, si ferma di nuovo e non crea nulla più per lo meno fino in questo istante in cui io sto scrivendo...

7. Può esistere un dio senza un tempo che ne contenga l'esistenza? Come fa dio a "vivere" senza scorrere in un tempo? Dio non può aver creato leggi fisiche che valgono per tutto e per tutti ma non per sé. Se l'avesse fatto, non avrebbe avuto senso della giustizia; e senza senso della giustizia non sarebbe un dio giustappunto perché in un dio non può mancare qualcosa.

8. Come si comporta un DC su altri pianeti abitati da esseri non umani? In un universo infinito come il monoteismo preferisce che sia, sono certamente possibili e molteplici le esistenze di "alieni"; ognuno di queste probabili razze avrà una biologia, una storia, una cultura inimmaginabilmente diverse dalle nostre. Come sono i rapporti fra queste razze e l'unico DC? Sicuramente non facilissimi. Per esempio, il cristianesimo (nient'affatto previdente, come tutte le culture dogmatiche) ha previsto un Messia salvatore della sola razza umana: rispetto a una razza aliena, dirà che s'erano sbagliati? O che per ogni razza aliena c'è un Gesù?...

9. Perché un DC avrebbe creato la vita umana concependola come una sorta di prova prima della vita eterna post-mortem? A cosa gli servono questi "esami" limitati a una vita terrena rispetto all'eternità? Un dio non dovrebbe fare cose inutili o futili, ma questa lo è appieno: far nascere delle creature al solo scopo di lasciarle libere di seguire o non seguire strampalati Comandamenti sessuofobici e dittatoriali, per poi aspettarle dopo morte per giudicarne gesta comunque predestinate! E che se ne farà mai, questo curioso DC, delle vite vissute secondo i propri dettami? Vuole formare una squadra di santi, gettando gli altri in chissà quali pozzi? Quindi tutto si riduce a una gara a eliminazione il cui inventore sa già chi vince e chi no?

10. Perché mai un DC dovrebbe creare dal nulla, dal più assoluto nulla, ciò che è buono e ciò che è cattivo? E non solo: prima decide da solo ciò che è Male e ciò che è Bene, e poi finge di dare alle sue creature la possibilità di scegliere. Eppure, il Bene e il Male sono categorie temporanee, fragili, vacillanti, sfuggenti: non sembrano proprio volute da un dio! Inoltre, se un DC assoggetta le creature alle proprie regole, sparisce il principio del libero arbitrio, e tutto "il castello" cade.

11. A un DC "conviene" o no l'eternità? Certe favole religiose blaterano di una "fine dei tempi" in cui i vivi e i morti saranno giudicati da una specie di tribunale universale. Ora, a parte che questa o è una metafora oppure è matematicamente impossibile (va be' che il giudice è un dio, ma come si fa a giudicare in tempi ragionevoli i miliardi di miliardi di morti accumulati nei millenni più qualche altro miliardo di vivi contemporanei alla "fine dei tempi"? E come gli si trova posto?), cosa si può intendere per "fine dei tempi"? Non s'era detto che dio ha creato l'eternità giacché eterno egli stesso? Il tempo può finire? Se sì, allora assieme al tempo finirà pure dio; se no, quel temuto ma ridicolo giudizio universale non arriverà mai.

12. Perché un DC dovrebbe "vietare"? Perché ha questa banale esigenza? E' del tutto evidente che i divieti sono necessari quando non è possibile il controllo totale. Chi avesse il totale controllo di una situazione, non avrebbe bisogno di vietarla. Si deduce quindi che un DC vieta giacché non ha il totale controllo. Ma che dio è un dio che non può controllare ciò che ha creato?

19 agosto 2006

La "saggezza" di un padre della Chiesa: san Tommaso d'Acquino

«La masturbazione è il peggiore di tutti i vizi, persino peggiore del rapporto con la propria madre.»

«Il seme maschile fa nascere forme perfette, ossia maschili, ma se per qualche avversità esso si guasta, allora fa nascere femmine.»

«La donna è qualcosa di non previsto, che deriva da difetto. Imbevuta d’acqua più del maschio, è più sensibile al piacere sessuale; e poiché la natura, tendendo alla perfezione, riprodurrebbe solo maschi, la donna è il prodotto di un tentativo fallito, assimilabile a putrefazione, infermità, debolezza senile.» (fonte: www.antipapismo.it)

Reliquie

Nulla di più ridicolo del culto delle reliquie. La sindone spacciata per sudario di Cristo fu prodotta ieri, come dimostra la prova al carbonio. Secondo le misure degli abiti (lussuosi broccati francesi del sec. XVI) indossati dalla Madonna e da san Giuseppe, lei era alta due metri e mezzo e lui appena novanta centimetri. Se si riunissero tutti i pezzi e le schegge della croce sparsi per il mondo, essa peserebbe centinaia di tonnellate. I pii hanno versato al clero ingenti somme per venerare un dente di latte di Gesù, una ciocca dei suoi capelli, un tozzo di pane dell’ultima cena, la veste indossata davanti a Pilato, un dentone di san Pietro, un po’ di braccia, frammenti cranici degli apostoli e due anfore delle nozze di Cana. Centinaia sono le sante spine adorate qua e là, come a S. Giovanni Bianco (Bergamo), nonostante la corona i rovi portata da Cristo garantita intera ed esposta alla Sainte Cappelle. Il latte della Madonna ha inondato miriadi di chiese e conventi. È sparito al suono della Marsigliese, ma non del tutto. In Italia, il devoto può ancora rendergli omaggio in fiaschetta, nella fiorentina S. Maria Novella e nella veneziana S. Marco. Dice don Molinari, docente di storia moderna alla facoltà di Magistero dell’Università Cattolica di Milano: «Ora che la scienza ha dimostrato che la sindone è del tardo medioevo, la sua venerazione può continuare perché di per sé non è mai stata indirizzata a quel pezzo di tela, ma a Cristo» (fonte: www.antipapismo.it)

Testi ... sacri ? Macché !

I "Testi sacri" sono posteriori all'anno 150 perché:
a) Marcione, autore di due apologie sul cristianesimo, ignora nel 160 l'esistenza del vangeli facendo allusione soltanto a frasi e detti del Signore che definisce “corte e laconiche”.
b)Marcione, continuando a difendere il suo Cristo gnostico dopo l'espulsione dalla comunità di Roma, accusa, intorno al 170, i vangeli che erano stati costruiti servendosi del suo, di essere dei falsi attribuiti in forma fraudolenta a personaggi e apostoli dei tempi apostolici: «Sub apostolorum nomine aduntur et etiam apostolicorum». ( Tertulliano. Adversus Marcionem - IV,3).
Non può che riferirsi a quelli di Marco e di Matteo che furono i primi ad uscire.
c) Giustino, morto nel 165, ignora gli Atti degli Apostoli.
d) Non c'è nessuna allusione a nessuno dei vangeli canonici nella “Lettera di Barnaba” scritta nel 140, né nel “Pastore di Ermas” scritto nel 150, né nella “Lettera ai Corinti” scritta da Clemente nel 150 nella quale si parla della passione di Cristo non come fatto storico ma come una profezia che si è realizzata secondo il profeta Isaia.
e) Nel Didaché, documento risalente al secondo secolo, scoperto nel 1875, vi si trova la formula del “Pater noster” e il “Sermone della Montagna” (entrambi di origine essena) ma nulla che parli dei 4 vangeli. (Documento prettamente esseno).
f) Il primo che parla chiaramente dei 4 vangeli è S. Ireneo nel 190. Infatti Luca e Giovanni furono scritti dopo Marco e Matteo.
«Questo silenzio da parte di tutti gli autori, sia cristiani che profani, riguardo i vangeli, è la migliore prova della data tardiva della loro redazione. Il Concilio vaticano II per quanto abbia riaffermato le date attribuite ai vangeli, nulla ha cambiato alla verità storica, avendole imposte come verità di fede». (Guy Fau- Opera citata, pag. 84).
I vangeli canonici non sono stati scritti da testimoni oculari che vissero in Palestina, né tantomeno da ebrei quali erano gli autori ai quali sono attribuiti, per i troppi errori geografici che contengono e l'assoluta ignoranza delle leggi Bibliche. Soltanto Edel Smith ha contato in essi ben 250 errori (opera già citata) e tutti così gravi da rendere inutile ogni commento sulla loro falsità di costruzione.
I Testi Sacri non sono che una composizione di episodi riferentisi a fatti e detti esistenti già da prima dell'epoca attribuita a Gesù, una vera e propria ricopiatura dei libri Esseni e del Vecchio Testamento così fedele da portare Steudel a lanciare la seguente sfida ai teologi cristiani: «Sarei riconoscente a quel teologo che mi portasse una sentenza o un fatto che si riferisce a Gesù del quale io non possa dimostrare che già esisteva sin da prima che lui nascesse». (Guighebert- Gesù- pag.49). Nessuno si è fatto avanti!
Prendendo spunto dai vangeli attribuiti ai quattro evangelisti, una volta confermata la natura umana di Cristo, a cui fu dato il nome di Gesù soltanto nella seconda metà del secondo Secolo, ogni comunità passata alla corrente materialista, costruì il proprio vangelo.
In questa anarchia di vangeli nei quali si parlava in alcuni dell'infanzia di Gesù, in altri della vita della Madonna, ne sorsero alcuni, di matrice ebrea che in antitesi ai vangeli del cristianesimo, costruirono un Gesù bastardo, che nato dall'unione di un soldato romano con una prostituta ebrea, lo facevano risultare un uomo geniale, ma cattivo e perfido da rapportarlo a Satana (vedi le “Toledoth” da cui deriva il “Vangelo del Ghetto”), si andò avanti in un continuo di diatribe che, via via che i concetti si sistemavano, sorgevano in seno agli stessi padri della Chiesa finché Costantino non riunì tutte le Ecclesie sotto una sola ideologia. Fu soltanto dopo il concilio di Nicea (325) che fu stabilito quali dovevano essere i testi sacri ritenuti canonici e quali dichiarati falsi e non attendibili (aporifi e pseudo). Per dimostrare quanta confusione ci fosse ancora nei concetti religiosi della nuova religione, è sufficiente dire che l'Apocalisse, considerata inizialmente apocrifa, fu annoverata tra i canonici, dopo accese discussioni, soltanto nel VI secolo.
Alla domanda che a questo punto sorge spontanea su come abbia potuto imporsi sulle altre una religione così basata sulle più assurde incoerenze e i più evidenti anacronismi, la risposta ci viene fornita dalle violenze che la Chiesa essa cominciò a praticare contro gli oppositori dopo che Teodosio nel 380 la dichiarerà religione di Stato affidandole l'amministrazione morale dell'Impero. In un continuo di persecuzioni, di ricatti, di anatemi e scomuniche si fecero stragi di tutti gli oppositori i cui milioni di cadaveri furono ammucchiati e nascosti nei secoli che seguirono dietro quella croce che oggi si pretende farla passare per il simbolo di civiltà e di cultura occidentale.Paradiso. Rappresenta l’archetipo dell’idea di “ricompensa”, ma ciononostante ben poche volte il paradiso è un luogo democratico aperto a tutti. Nella Cina pre-buddista, per esempio, ci andavano solo gli imperatori; nelle epoche antiche, i Campi Elisi erano destinati solo ai guerrieri e agli eroi, mentre per il popolo esisteva l’Ade, il posto delle ombre vaganti. Lo stesso ebraismo all’inizio non prevedeva il paradiso, niente ricompense nell’aldilà, ma solo l’assicurazione di una terra per il popolo eletto da Dio. Poi, nel II secolo a.C. nacque l’idea che i martiri potessero raggiungere Dio in qualche modo, cosa che in seguito fu allargata a tutti i giusti; proprio la promessa di una vita eterna e beata decretò il successo del cristianesimo. Nel primo induismo (Veda) non c’è traccia di paradiso, che poi fu immaginato come luogo in cui sostare tra una reincarnazione e l’altra (e ce ne sono fino a 85 milioni!). Per i musulmani, il paradiso è un luogo molto concreto, pieno di delizie materiali quasi a voler riscattare la loro assenza nella vita terrena, comprese (lo dice il Corano) vergini dal seno rotondo.Purgatorio. Agli albori del XIII secolo la Chiesa operò la conquista più importante mai avvenuta da molti secoli. Si trattava di impadronirsi di un regno tremendo e immenso, di un "luogo" al di là delle influenze di ogni struttura umana, di uno "spazio" che si era sempre pensato proprio di essenze trascendenti l'umanità: l'aldilà. Una conquista di tale importanza avvenne grazie a una "invenzione", quella del Purgatorio: un "terzo luogo" (secondo l'espressione di Martin Lutero) dove si "ripara", un luogo dove la speranza può ancora vivere tra i patimenti. Lo spiega Jacques Le Goff, massimo medievalista francese, in un suo libro del 1982 pubblicato in Francia presso Gallimard, "La Naissance Du Purgatoire" (La Nascita Del Purgatorio). Prima del XIII secolo né la parola Purgatorio né la sua rappresentazione esistevano. Fino a quel momento c'erano solo vaghe credenze. Ma per arrivare all'invenzione del Purgatorio ci è voluto del tempo: la Bibbia non ne faceva parola (come ribadiranno, in epoca della Riforma, i Protestanti) e il concetto andò sviluppandosi adagio. Il concetto di un terzo luogo era un'idea terribilmente estranea all'uomo medievale, abituato, quasi come un antico manicheo o un càtaro, a ragionare su sistemi binari: Dio e Diavolo, bene e male, nobili e plebei, chierici e laici, ricchi e poveri. Ma il Purgatorio godé di un pubblicitario di eccezione, Dante Alighieri! La morte finisce di essere il momento cruciale in cui tutto è giocato, momento di frontiera tra vita e eternità. Si può parlare di una vera e propria dilatazione delle occasioni di salvezza. Tra vivi e morti inizia una attiva solidarietà, uno scambio. Di qua le messe per aiutare l'anima del penitente a liberarsi più in fretta dal Purgatorio, di là il rapporto individuale con l'Oltretomba. E in questa situazione è la Chiesa che gestisce la politica del Purgatorio, che conquista il territorio della Morte. La giurisdizione ecclesiastica si estende all'Aldilà, che era di Dio. La folla di anime in attesa del Purgatorio si trova legata al mondo dei vivi. E i fedeli vengono gradualmente abituati (e legati) a un nuovo repertorio di gesti, preghiere, elemosine. Le indulgenze, queste chiavi del Paradiso, ne sono l'esempio celebre e remunerativo. La Chiesa che conquista l'Aldilà stabilisce in terra un potere spirituale, ma anche economico, vastissimo. E quando la Chiesa ebbe bisogno di rendere "visibile" il Purgatorio, di descriverlo, di dargli una immagine reale, ecco pronto il trionfo visuale grazie all'opera di Dante Alighieri e la sua seconda Cantica. Il Purgatorio diverrà dogma nel XVI secolo. (fonte: www.luigicascioli.it)

Un presepe pieno di errori...

Premesso che i “racconti della nascita di Gesù” sono stati aggiunti ai Vangeli tardivamente, per facilitare le conversioni al cristianesimo fra i “gentili”, ovvero fra le popolazioni pagane dell’Impero Romano, nei vangeli canonici solo in Matteo e Luca troviamo questo genere di racconti. Mentre in MATTEO si parla di “presagi esoterici” (i Magi, la Stella) e “Gesù bambino” viene collocato in una semplice “casa” (non in una stalla e tanto meno in una grotta), in LUCA invece l’ambientazione è molto più scenografica: la mangiatoia, i pastori, gli angeli, ecc. Notiamo un’altra differenza: il racconto di MATTEO è pieno di citazioni (peraltro forzate) dall’antico testamento, mentre in LUCA non si cita alcun profeta. Ciò accade perché Matteo è dedicato a lettori prevalentemente EBREI, mentre LUCA è confezionato su misura per una platea di cosiddetti pagani. Questo spiega il tema della STALLA e della MANGIATOIA, in quanto i miti pagani sono spesso associati ad ANIMALI. Che nella stalla citata da LUCA ci siano stati un asino e un bue, è invece una leggenda molto posteriore, ed è riportata nel Vangelo “apocrifo” detto “PSEUDO-MATTEO”. L’apocrifo PSEUDO-MATTEO è molto tardivo, la datazione non è certa, ma certamente anteriore al IX secolo. Quindi quando viene scritto questo apocrifo, il cristianesimo è ormai interamente PAGANIZZATO, ROMANIZZATO, e profondamente ANTI-SEMITA. Ecco perché lo PSEUDO-MATTEO, scopiazzando da LUCA colloca la nascita in una stalla, ma AGGIUNGE un bue ed un asino per IRONIZZARE sulla cosiddetta “incredulità” del popolo ebraico che non ha voluto “riconoscere” Gesù. L’ironia è data da un implicito riferimento al profeta Isaia, che scrisse: Il bue conosce il suo possessore, - e l'asino la greppia del suo padrone, - ma Israele non ha conoscenza, - il mio popolo non ha discernimento . Isaia 1:3

Dunque, il bue e l’asino dei presepi, al di là del loro aspetto innocentemente indifferente, sono il simbolo del pregiudizio cristiano contro il popolo ebraico, ingiustamente considerato “senza discernimento” per non aver “riconosciuto” la presunta “divinità” del rabbino Gesù. (fonte: www.cristianesimo.it)

Mosé

Si immagina che fosse un trovatello che visse 1.200 anni prima di Cristo in Egitto. Ma questo lo dice solo la Bibbia, non esistono altre fonti storiche. Più verosimilmente, Mosé potrebbe incarnare un movimento religioso che tentò un approccio monoteista e, come tale, fu prima osteggiato dal faraone, e poi costretto a emigrare. Secondo gli storici, Mosé non avrebbe mai potuto fare tutto ciò che la Bibbia gli accredita, che è invece il frutto di un lungo processo culturale; sarebbe come dire che Garibaldi liberò il popolo italiano dagli austriaci, fece la Resistenza e partecipò al Concordato del 1984.

MIRACOLO !!!

Sui miracoli molte confessioni fondano origini e forza: Mosé che attraversa il mar Rosso, Maometto che sfama i compagni, Gesù che resuscita Lazzaro, sono tutti episodi che testimonierebbero la compassione di Dio nonché la sua potenza. Negli USA, i sondaggi dicono che l’84% della popolazione crede nei miracoli, e metà di questi racconta di esserne stato diretto testimone almeno una volta. L’Israele biblico considerava il miracolo non un evento soprannaturale ma un avvenimento in grado di stupire il popolo; e ancora oggi, contrariamente al miracolo burocratizzato del Vaticano, gli israeliti lo considerano un messaggio divino che avvantaggia l’uomo. Nei Vangeli, lo scopo dichiarato dei miracoli era convincere gli indecisi. E ancora oggi, la Chiesa cattolica accredita ai miracoli un ruolo di sostegno della fede, tanto che nei processi canonici si bada soprattutto all’effetto del presunto miracolo sulla fede della gente. I tanti miracoli odierni, decretati tali dalla Chiesa o ancora al suo vaglio, non sono al riparo delle critiche; quello di Fatima, per esempio, è messo in dubbio, tra gli altri, da un fisico che è pure un frate benedettino, Stanley Jaki, che contesta l’origine soprannaturale dei movimenti del sole. Per il popolo islamico, l’ultimo miracolo è stato il Corano, che tra l’altro non accredita nessun miracolo a Maometto.

Inferno ?

Nelle culture indigene primitive e in quelle africane, l’idea che l’uomo potesse essere punito (o glorificato) dopo la morte non è mai esistita. Chi moriva, o veniva rimosso dai ricordi della gente o, se era un capo, si reincarnava. La concezione di un aldilà nacque nel II millennio a.C. In alcuni testi egizi si accenna alla presenza di una sorte di giudice celeste che condanna il defunto a precipitare in un inferno “stranamente” molto simile a quello descritto poi da Dante Alighieri. Tale concezione dell’Inferno non dilagò subito, tant’è vero che nella Grecia di Omero le anime erano null’altro che ombre abitanti di un inferno-deposito. Nemmeno nell’Antico Testamento l’inferno è quello di Dante: il luogo è lo sheol e lì stanno tutti i morti, buoni e cattivi. L’inferno immaginato dai cristiani di oggi comparve solo nel II secolo a.C., quando lo sheol divenne un luogo di punizione destinato ad atei e peccatori, contrapposto al luogo di beatitudine dei piani alti dell’aldilà. Da quel momento in poi, la concezione dell’inferno cristiano divenne sempre più forte e truculenta, fatta di fuoco, tenebra e dolore. Ad aggiungere nefandezze, il cristiano è stato superlativo, giacché ha reso l’inferno anche eterno e definitivo. Il teologo Origene (III sec. D.C.) aveva pure spiegato che la dannazione non poteva essere eterna, ma la Chiesa cattolica non gli diede ascolto. Anzi, si immerse sempre più a costruire un’architettura forte che gestisse il meccanismo delle punizioni post mortem. C’è riuscita così bene che ancora oggi questa fanciullesca prospettiva dell’inferno è capace di convincere molta gente e di educare in un certo modo i loro figli. L’inferno è riconosciuto anche dai protestanti, ma per loro è solo una metafora popolare. L’Islam ha ereditato da ebrei e cristiani il lato peggiore dell’inferno: il djahannam, luogo pieno di mostruosità e di angosce. Ma il djahannam non è eterno, e c’è spazio per il perdono. Più morbida è la punizione nell’aldilà delle religioni orientali, costituita quasi sempre da occasioni per reincarnarsi, mentre l’inferno è associato al proprio corpo materiale, elemento di peccato e prigione dell’anima. Curioso e inquietante il destino dei peccatori secondo i Testimoni di Geova: esattamente mille anni dopo Armageddon (la battaglia fra Dio e Satana), costoro verranno semplicemente annientati.

Gesù è esistito davvero ?

Fonti storiche certe, al di là del Nuovo Testamento, non ce ne sono. Sembra che Gesù sia nato sotto il dominio dell’imperatore romano Tiberio, e che fu il capo di un gruppo chiamato crestiani. I Vangeli, uniche fonti della vita di Gesù, furono scritti entro 70 anni dalla sua morte, mentre dei loro autori, solo uno, forse, fu contemporaneo di Gesù. Con vari metodi, pare che Cristo sia nato il fra il 4 e il 7 a.C. Del suo fisico non si sa nulla. La barba e i lunghi capelli sono parti di postuma fantasia. Era biondo o bruno, alto o basso, magro o grasso? Nei primi due secoli era dipinto glabro, dal terzo barbuto. Non c’è una sola riga di suo pugno. La sua storia, pluri cucinata, cincischiata e rimaneggiata, è una favola imbastita che, fidando nella stupidità delle masse, si contraddice in oltre sessanta vangeli. Quattro dei quali, sono stati infine prescelti conferendogli una patina di legittimità. Chi dice che Gesù era scalzo, povero in canna, affamato. Chi abbiente, danaroso (Giovanni XII: «Nel nome di Santa Madre Chiesa, Noi dichiariamo eretico [destinato al rogo] chiunque ardisca sostenere che Gesù Cristo sia nato e vissuto povero.»). Per Giustino martire, suo parente, era figlio di un grosso mobiliere con numerosi dipendenti. La cometa dei re magi è pura fantasia, perché l’unica possibile, quella di Halley, era visibile solo dodici anni prima della nascita del redentore. Altra balla, la strage degli innocenti. Non ne accenna neppure lo storico Giuseppe Flavio, benché nemico di Erode, un re morto sei anni prima della Nascita. Chi dice Gesù nato a Betlemme, chi a Nazareth, benché allora Nazareth non fosse stato ancora fondato. Misteri chiesastici! Macroscopiche incongruenze deflagranti fin dalle prime pagine, e che dovrebbero far riflettere anche sulla pretesa attendibilità del resto. Ignoriamo la sua infanzia, ma sappiamo che fu una persona abbastanza colta. A 30 anni fu battezzato da Giovanni, il suo maestro. Sembra che avesse un fratello, Giacomo. Gesù non fu considerato divino da nessuno se non a partire da San Paolo. Secondo molti storici, il fenomeno dei “miracoli”, che caratterizzò una piccola parte della sua vita, fu comune anche ad altri capi religiosi. L’aver cacciato i mercanti dal Tempio di Gerusalemme fu probabilmente l’ultimo “reato” che portò Gesù al supplizio della croce. Sull'esistenza di Gesù,vedi qui e qui le prove della sua non esistenza e il dibattito televisivo a "Enigma"qui

Diluvio ... ?

Già i Sumeri ne avevano dato una versione. Il dio Enlil, in collera con l’umanità, dà incarico al proprio figlio Adad di provocare una tempesta per 6 giorni e 7 notti. Ma il dio Enki avvisò il re Utnapishtim e gli spiegò come salvarsi costruendo una zattera per sé, per i familiari, gli animali e una rappresentanza degli artigiani. La zattera aveva forma cubica, era larga “un campo” e alta 7 piani.

Apostoli ? Macché !

Gli apostoli di Gesù, dichiarati dalla Chiesa tutti galilei eccetto Giuda Iscariote che lo fa provenire dalla Giudea, sono:

Secondo Marco: Simone Pietro, Giacomo di Zebedeo, Giovanni fratello di Giacomo, Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il cananeo, Giuda Iscariota (12).

Secondo Matteo: Simone Pietro, Giacomo di Zebedeo, Giovanni fratello di Giacomo, Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il cananeo, Giuda iscariota (12).

Secondo Luca: Simone Pietro, Giacomo, Giovanni, Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Giuda di Giacomo, Simone lo zelota, Giuda Iscariote (12).

Secondo gli Atti degli Apostoli: Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo zelota, e Giuda di Giacomo. (11).

Le differenze esistenti nelle liste degli apostoli sopra riportate ci portano subito a fare due osservazioni, una di carattere religioso e l'altra di carattere storico.

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Cos'è " l'Apocalisse" ?

Da chi e quando è stata scritta l'Apocalisse? Cosa esprime l'Apocalisse?
Secondo la Chiesa, “l'Apocalisse, dal greco “Rivelazione”, è stata scritta dal discepolo Giovanni, lo stesso autore del IV vangelo, negli anni 94-95 nell'isola di Patmos (Grecia) durante le persecuzioni contro i cristiani operate dall'Imperatore Domiziano. Essa esprime, attraverso la rivelazione da parte di un angelo a Giovanni l'evangelista, la certezza della vittoria finale di Cristo sulle potenze del male”. (Bibbia ed. C.E.I.)
Lasciando ogni commento sul significato abusivo e fazioso che la Chiesa attribuisce a questo libro, che non è nostra intenzione entrare in discussioni fideistiche, passiamo all'esame di questo libro considerando esclusivamente quei presupposti che possono essere trattati in un processo laico, quali quelli dipendenti esclusivamente dalla ragione e da una controllabile documentazione storica.
Il libro dell'Apocalisse, composto di 22 capitoli, è stata scritta in realtà in due edizioni, la prima costituita da 18 capitoli, uscita nel 68 durante la guerra del 70, e la seconda, rappresentata dai primi tre capitolo e dall'ultimo, che fu aggiunti nel 95 dagli spiritualisti. Come è logico che fosse, mentre i primi 18, scritti dai rivoluzionari, sono l'espressione del programma guerriero zelota basato sull'odio e la vendetta contro Roma e i suoi alleati, i secondi quattro, scritti dagli esseni spiritualisti, rappresentano tutto il pacifismo di cui costoro si erano fatti ostentatori dopo la scissione dalla corrente rivoluzionaria.
L'Apocalisse, guardata dalla Chiesa sempre con diffidenza per i suoi concetti esseno-zeloti, tanto da essere inclusa nei testi canonici soltanto nel VI secolo, è dei libri sacri quello che più di ogni altro dimostra la non esistenza storica di Gesù.
In entrambe le edizioni, sia in quella del 68 come in quella del 95, si ignora tutto della vita di Cristo e della sua morte. Il Messia dell'Apocalisse risiede ancora in cielo, presso il trono di Dio, e quando in un suo capitolo (XII) si parla della sua nascita lo si fa concepire dalla costellazione della Vergine all'origine dei tempi e, sempre rimanendo nel mondo dell'astrologia, il Messia dell'Apocalisse è rappresentato in cielo sotto la forma dell'Ariete, primo segno dello zodiaco che comanda i destini del mondo, al quale viene simbolicamente associato l'agnello pasquale biblico dell'Esodo. La discesa del Messia, che si realizzerà, secondo le visioni riportate dal libro dei Maccabei, nella persona di un condottiero vittorioso su un cavallo bianco al suono di trombette, annunciata come prossima, non ha nulla a che vedere con la Passione di Cristo dichiara avvenuta nel 33: lontano dal morire in croce, egli sterminerà i nemici per sedere su un trono che durerà mille anni. La Chiesa cerca di dare a questa immagine dei mille anni, come viene detto dalla C.E.I nel passo introduttivo sopra riportato, il valore simbolico di un messaggio di speranza nella vittoria finale del Cristo sulle potenze del male, ma basta leggere bene l'Apocalisse per renderci conto che la distruzione di Roma, simbolo della corruzione, è annunciata come un fatto reale e non come una profezia.
“Il Messia atteso nell'Apocalisse è il “Figlio dell'uomo” della visione di Daniele. Lontano dal morire in croce, egli è colui che stabilirà l'impero giudaico sulle rovine di Roma che non sono procrastinate ad un'epoca lontana e futura, ma previste così imminenti da rendere assurda ogni altra interpretazione. E l'autore, che ha ripreso questo messaggio nel 95, non contraddice affatto l'attesa espressa dall'edizione del 68, facendo terminare l'opera su questa promessa da parte del Messia: «Si. io verrò presto», al che l'autore rispondendo :«Venite, Signore, venite!», dimostra di ignorare che egli sia già venuto sotto un'altra forma”. (Guy Fau. op. cit. pag. 60).

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Assunzione ? Macché !

1950: PIO XII proclama che il corpo di Maria sarebbe "volato via", in cielo (dogma della cosiddetta ASSUNZIONE). Dove si troverebbe ora? In orbita intorno alla Terra? I fedeli cattolici, ormai immunizzati ad ogni senso del ridicolo, privi di ogni capacità critica, si accontentano del fatto che nel calendario ci sarà un giorno festivo in più, ovvero il 15 agosto, ripristinando un'antica festa in onore della dèa Diana.

Quando fu imposto il battesimo ?

Nal 1311 d.C. il battesimo per aspersione dei fanciulli viene reso legale dal Concilio di Ravenna. I primi cristiani battezzavano solo gli adulti, in quanto il battesimo rappresentava un semplice rito simbolico di rinascita, adatto a sottolineare l'"iniziazione" dei convertiti.
Gesù non invitava le persone a compiere riti religiosi, ma a cambiare vita, a scoprire il Regno di Dio nel proprio cuore, non nelle cerimonie o nelle formalità.

Transustanziazione ? Macché !

La favola horror del pane che diventa carne umana fu pensata nel 1215 d.C. Papa Innocenzo III proclama il "dogma" della TRANSUSTANZAZIONE: vale a dire che il pane dell'eucarestia (in seguito ostia) cessa di essere un semplice SIMBOLO della COMUNIONE per diventare "vero corpo e vero sangue" di Gesù.
Dopo aver RINNEGATO in mille modi lo SPIRITO dell'insegnamento di Gesù, fondato sull'amore, sull'interiorità e sulla libertà, ora la Chiesa riduce il povero Nazareno a una piccola particella farinacea da far mangiare ai fedeli! Una aberrante cerimonia pagana, un "pasto sacro" sanguinario e cannibalesco. Anche in questo la chiesa ha sapientemente manipolato la psicologia dei fedeli: se i PRETI hanno il POTERE di TRASFORMARE particelle di pane nel "VERO" corpo (e sangue) di Gesù, evidentemente occorre SOTTOMETTERSI A LORO CON TIMORE!

Celibato dei preti: è legittimo ?

Mica tanto... papa Gregorio VII introduce il CELIBATO DEI PRETI nel 1079 d.C. Nel Nuovo Testamento si dice l'esatto contrario, ovvero secondo Paolo il "vescovo" DEVE avere famiglia, in quanto:

"...bisogna che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?" (1a Epistola a Timoteo, cap. 3)

E' giustificato il titolo di "papa" ?

Nel 610 d.C. per la prima volta un vescovo di Roma viene chiamato "papa". L'idea fu dell'imperatore Foca, che prese il potere facendo assassinare il suo predecessore. Per tale atto criminale, il vescovo Ciriaco di Costantinopoli lo scomunicò, ma Foca, per ritorsione, proclamò "papa" (ossia capo di tutti i vescovi) il vescovo di Roma, ossia Gregorio I, il quale, bontà sua, rifiutò un simile titolo, fedele alla tradizione episcopale della chiesa cristiana dell'epoca. Tuttavia, il vescovo di Roma successivo, cioè Bonifacio III, accettò di avvalersi del titolo di "papa".

Nel 1870 Papa Pio IX impone alla chiesa cattolica un assurdo privilegio che nessun papa precedente aveva osato mai reclamare: quello della INFALLIBILITA' DEL PAPA. Guarda caso, ciò è accaduto nello stesso anno in cui la Chiesa, con la presa di Roma, ha perso definitivamente il potere temporale. Quasi una "rivincita" dunque, sul piano di una pretesa autorità assoluta in campo spirituale e morale.
Che un uomo possa considerarsi una "autorità religiosa" oltretutto "infallibile" è uno dei massimi STRAVOLGIMENTI dell'antica fede cristiana e dell'insegnamento di Gesù.

Note: Il Cristianesimo antico era nettamente contrario a capi spirituali, l'Autorità era esercitata più o meno democraticamente per mezzo di CONCILI. Ma il messaggio originale di Gesù era ben più radicale: "Ma voi non vi fate chiamare 'Maestro'; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo…" Matteo 23:8-10

Esiste il "Purgatorio" ?

Il vescovo di Roma Gregorio Magno "inventa" il PURGATORIO nel 593 d.C. Questa leggenda permetterà alla Chiesa, per molti secoli, fino a tutt'oggi, di "vendere" suffragi, indulgenze, "promozioni" in paradiso, per inculcare nella mentalità della gente che il potere della chiesa arriva fino... all'aldilà!
NJel 1439 d.C. il Concilio di Firenze trasforma in "dogma" di fede la leggenda popolare del PURGATORIO. Non c'è assolutamente nulla nelle scritture cristiane che alluda ad un simile "luogo" metafisico. Tale credenza viene incoraggiata dalla chiesa cattolica con il solo scopo di spaventare i fedeli e, al tempo stesso, per renderli più dipendenti dalle interessate indulgenze della Chiesa.